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2–3 anni

Quando tuo figlio dice no a tutto: testardaggine e bracci di ferro tra i 2 e i 3 anni

Se tuo figlio di due o tre anni si rifiuta di vestirsi, si pianta davanti al cancello del parco e risponde "no" prima che tu abbia finito la frase, stai attraversando uno dei periodi più impegnativi della prima infanzia. È anche uno dei più sani. Un bambino che si impunta ha capito di essere una persona separata con desideri propri, e quella stessa spinta un giorno gli permetterà di farsi valere. Il tuo compito non è spezzare quella volontà, ma guidarla.

Perché succede a questa età

Nel corso del secondo anno i bambini scoprono di avere un sé. "Faccio io" è il suono di questa scoperta: vogliono versare il latte, scegliere le scarpe e premere il pulsante dell'ascensore, perché fare da soli è il modo in cui sentono di essere capaci. Quando intervieni, anche per aiutare, può sembrargli di essere cancellati.

Il "no" è una scoperta dello stesso tipo. È una delle prime parole che danno a un bambino un vero potere su ciò che succederà, e la usa come un gioco nuovo: di continuo, e spesso prima di aver deciso se la intende davvero. Un bambino che dice no a un biscotto e poi piange quando glielo togli sta ancora imparando cosa fa quella parola.

Nello stesso tempo, le parti del cervello che gestiscono il controllo degli impulsi e la flessibilità di pensiero sono lontane anni dalla maturità. Smettere di fare una cosa piacevole, cambiare attività e aspettare sono davvero difficili a questa età, quindi un improvviso "è ora di andare" si scontra con un cervello che non sa ancora cambiare marcia a comando. I bambini mettono alla prova i limiti anche proprio perché stanno mappando dove si trovano. Non cercano di sconfiggerti; cercano di capire quali regole reggono.

Questo è diverso da un capriccio, che riguarda emozioni traboccate. La testardaggine riguarda la volontà, e gli strumenti per affrontarla funzionano soprattutto prima del rifiuto, non dopo che sono iniziate le lacrime.

Cosa aiuta

Offri due scelte vere, non una domanda. Una domanda gli apre una porta con scritto "no". Una scelta gli dà il controllo dentro una cornice che hai già deciso tu. Invece di "Ti vesti adesso?", prova con "Bicchiere rosso o bicchiere blu?", "Prima i calzini o prima i pantaloni?", "Andiamo al bagnetto a piedi o ti porto in braccio?" Entrambe le opzioni devono andarti bene, e devono essere esattamente due, perché tre sono già una trattativa. Se le rifiuta entrambe, scegli tu con dolcezza e vai avanti: "Oggi scelgo io. Bicchiere blu."

Trasforma il compito in un gioco o in una gara. I bambini collaborano molto più volentieri con il gioco che con gli ordini. "Riesci a metterti la giacca prima che arrivo a dieci?" "Vediamo se lo spazzolino trova tutti i mostriciattoli dello zucchero nascosti." "Andiamo alla macchina saltando come ranocchie?" Un minuto di sciocchezze di solito costa meno di dieci minuti di braccio di ferro.

Dai un preavviso prima di ogni passaggio. Andare via dal parco, finire il bagnetto e spegnere la televisione sono i classici momenti critici, e gran parte della resistenza nasce dalla sorpresa. Dai un preavviso di cinque minuti, poi di un minuto, poi un ultimo passo concreto: "Ancora cinque minuti." "Ancora un minuto." "Un ultimo scivolo, poi andiamo", contando insieme ad alta voce l'ultimo giro. Aiuta anche dargli un compito per il passaggio, come portare il secchiello fino alla macchina. I minuti per lui non significano niente; la sequenza sì.

Lascia comandare la routine, non te. Quando le stesse cose succedono nello stesso ordine ogni giorno, un bambino smette di lottare su ogni passaggio, perché ogni passaggio è semplicemente quello che viene dopo. Una striscia di tre o quattro immagini sul muro, con pigiama, spazzolino, libro e letto, funziona bene dai due anni e mezzo circa: indichi e chiedi "Cosa viene adesso?", e te lo dice lui. Ora gli ordini li dà il cartellone, non tu. Per i momenti fuori dalla routine, usa il "quando... allora": "Quando hai messo le scarpe, allora andiamo al parco." "Quando i mattoncini sono nella scatola, allora facciamo merenda." Detto con calma e una volta sola, descrive come funziona il mondo; non è una minaccia.

Di' di sì ogni volta che puoi, e tieni fermi i pochi limiti che contano. Un bambino che sente "no" quaranta volte al giorno deve spingere da qualche parte. Per ogni battaglia, chiediti se conta davvero. Calzini spaiati, il costume da dinosauro al supermercato e l'ordine sbagliato tra fetta biscottata e succo non valgono uno scontro. Il seggiolino dell'auto, darsi la mano vicino alla strada, picchiare e l'ora della nanna probabilmente sì. Tieni corta questa lista, e mantieni ogni punto sempre allo stesso modo, con voce ferma e poche parole: "Ti tengo al sicuro. Adesso nel seggiolino." La costanza gli insegna che alcuni limiti non si spostano; la calma gli permette di accettarlo.

Usa conseguenze immediate e collegate, e fai notare la collaborazione quando arriva. Una conseguenza insegna qualcosa a un bambino solo se arriva subito e appartiene chiaramente al comportamento. Se lancia il bicchiere, il bicchiere per adesso è finito. Se non vuole darti la mano vicino alla strada, va nel passeggino. Togliere la storia della buonanotte per qualcosa successo a pranzo gli insegna solo che sei imprevedibile. Altrettanto importante è quello che dici quando le cose vanno bene: "Hai messo il bicchiere sul tavolo. Mi hai aiutato." "Sei venuto quando ti ho chiamato. Grazie." Notare in modo specifico e immediato fa crescere la collaborazione più in fretta delle correzioni.

Cosa evitare

Troppe regole. Se tutto è un limite, niente lo è. Un bambino piccolo riesce a tenere a mente una manciata di aspettative costanti, non un regolamento, e non distinguerà la regola sulla sicurezza da quella sulle briciole.

Domande che invitano al "no". "Vuoi vestirti?" "Andiamo a casa adesso?" "Pronto per il bagnetto?" Se la risposta non è facoltativa, non chiedere. Di' cosa sta per succedere, poi offri una scelta al suo interno.

Minacce che non manterrai, e ricompense per ogni compito. "Andiamo via dalla festa subito" quando non lo farai, o "Niente televisione per una settimana" quando non riuscirai a mantenerlo, gli insegnano che le tue parole sono rumore. E se ogni gesto di collaborazione viene pagato con una caramella o un adesivo, la collaborazione diventa qualcosa da comprare, e il prezzo sale.

Sculacciate, scossoni o qualsiasi punizione fisica. L'American Academy of Pediatrics sconsiglia le punizioni corporali in ogni forma: non migliorano il comportamento oltre il momento immediato, sono associate a più aggressività nel tempo e danneggiano la relazione su cui fai affidamento. Lo stesso vale per umiliazioni, insulti e urla. Un calmo "Non ti lascio picchiare" è più forte di tutto questo.

Lunghe spiegazioni sul momento. Un bambino di due anni non riesce a seguire un discorso sul perché si mettono le scarpe, e cercare di convincerlo gli segnala che la questione è in discussione. Tieni le ragioni per un momento tranquillo.

Quando chiedere aiuto

A questa età quasi tutta la testardaggine si ammorbidisce gradualmente, e verso il quarto compleanno i giorni buoni superano quelli difficili. Parlane con il pediatra o il medico di famiglia se:

Se temi che tu o tuo figlio siate in pericolo immediato, chiama il 112.

Fonti

Questa guida offre informazioni generali e non sostituisce il parere medico o psicologico. Se sei in pensiero per tuo figlio, parlane con il pediatra o con un altro professionista.